Bibliografia e opere di Giacomo Cavedoni
 

Giacomo Cavedoni pittore

Giacomo Cavedoni pittore


Ritratto Giacomo CavedoniNacque a Sassuolo nel 1577. Dopo un apprendistato verosimilmente molto breve nella sua città natale, fu mandato nel 1591 a studiare presso i Carracci a Bologna, con il soccorso di una sovvenzione deliberata dalla Comunità di Sassuolo.
Partito Annibale per Roma (1595), le sue preferenze si orientarono ben presto verso l'accalorato e patetico eloquio di Ludovico, nel raggio del quale si situano le sue prime opere.
Decisivi per la sua formazione si rivelarono altresì un soggiorno a Venezia, dove si recò ''a veder le cose di Tiziano'', e quello, documentato tra il 1609 e il 1610, a Roma, dove fu tra gli aiuti del Reni nella Cappella della Pace nel Palazzo del Quirinale. Le tele in San Paolo a Bologna e la pala di Sant'Alò, datata 1614 (Bologna, Pinacoteca Nazionale), danno pienamente conto di queste sue frequentazioni, così come i numerosi e impetuosi disegni, che passarono talora sotto il nome di Tiziano. Morì a Bologna nel 1660.


Esempi notevoli della fase più intensa della produzione di Giacomo Cavedoni sono: Il pianto di Giacobbe e Giuditta con la testa di Oloferne

Pianto di Giacobbe

Pianto di Giacobbe


tela, cm. 175x100

Pianto di Giacobbe.jpg

Il vecchio Giacobbe prorompe in lacrime vedendo la tunica insanguinata del figlio, che i fratelli invidiosi hanno in realtà sporcato con il sangue di un capretto dopo aver venduto Giuseppe ad una carovana di mercanti, per far credere al padre che egli sia stato sbranato da una fiera. Per maggiore evidenza didascalica il pittore non si perita di inserire un cartiglio con la citazione biblica "Jacob ait, tunica filii mei est".
Il dipinto si inserisce agevolmente nella fase più intensa della produzione di Giacomo Cavedoni: non sembrano troppo lontani infatti gli anni della bellissima pala di SantAlò, ora nella Pinacoteca Nazionale di Bologna datata 1614, o ancora delle tele in San Paolo, di poco precedenti, raffiguranti l'Adorazione dei magi e l'Adorazione dei pastori. Se le connotazioni stilistiche rimandano all'esempio dei Carracci, il taglio ravvicinato e il violento battito della luce fanno pensare qui anche ai modelli della cultura romana di ambito caravaggesco.
Sappiamo infatti che il Cavedoni si recò a Roma. Il suo intervento al Palazzo del Quirinale col Reni non potè essere che marginale, ma l'occasione fu provvida per fargli conoscere le più importanti novità della cultura romana di quegli anni.

 

Giuditta con la testa di Oloferne

Giuditta con la testa di Oloferne


tela, cm. 112 x 115

Giuditta con la testa di Oloferne L'eroina biblica e' ritratta mentre ripone la testa dell'ucciso Oloferne nel sacco tenutole aperto dalla servente. Questo dipinto può essere riferito al periodo più intenso di Giacomo Cavedoni, da contenere entro la fine del secondo decennio del secolo, quando agiscono ancora rimandi al naturalismo romano e alla cultura veneta tizianesca.
E' evidente infatti anche in questo caso che il taglio della composizione, con i personaggi a mezza figura fortemente ravvicinati, e l'immediatezza della situazione, con il volgersi repentino dell'eroina per sincerarsi che nessuno l'abbia scorta nel suo atto, rimandano ad analoghe invenzioni di ambito caravaggesco. La larghezza cromatica e la pastosità della pennellata non possono non ricordare la pittura veneziana del '500.

 





 
 
 
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